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mercoledì 28 novembre 2012

(OT) Dialogo sui massimi sistemi elettorali


Votatemi.

Votarti?

Ho detto VOTATEMI!

E perché mai? Chi sei? Chi ti conosce?

Votatemi perché ve lo dico io.

Ma come osi? Non è certo questo che ti basterà per avere il nostro voto!

Non vi basta? Ah, all'improvviso non vi basta più? A guardarsi intorno non si direbbe. Ma d'accordo, sarò più precisa.
Votatemi perché non lo avete mai fatto prima.

Questa ha voglia di scherzare, andiamocene. 

Votatemi perché non sono in parlamento. Non ci sono mai stata. Giuro.
Nemmeno in gita col liceo (professori sessantottini: preferirono Amsterdam).

No, ancora non basta. Però continua.
D'accordo. Ragioniamo.
Chi è che ha portato l'Italia allo sfascio, alla devastazione, alla crisi, alla fame, alla miseria, all'accattonaggio, all'Inferno, allo scatafascio, alla "recessione"?

Oh Gesù, ha detto "recessione"!
Ma si può dire "recessione"?
Non saprei, però l'ha detto pure Monti una volta.
Ma no, guarda che aveva detto "ricezione": che era uscito dal tunnel ed era tornata la "ricezione".
Fuori dal tunnel.
Sempre a parlare di tunnel quello là.
Ma no, aveva proprio detto "recessione" l'ho visto al tiggì.
Ma quindi si può dire?
Sì, ma con sobrietà.
 ...
Ha detto "recessione".
Già.
È una che ragiona fuori dagli schemi.

Silenzio, non ho finito!
Chi è stato a rovinarci? Beh, non rispondete? Ma quelli che stanno in parlamento, è chiaro!
Ebbene. Come vi dicevo, io in parlamento non ci ho mai messo piede.
Ed è per questo che ora dovete votarmi: votatemi perché io non sono mai stata in parlamento.

...
...

Ora che ho ottenuto la vostra attenzione, continuiamo.
Chi è che ci ha ridotti così se non i politici? Tutti i politici, dal primo all'ultimo e poi ancora giù e giù fino a Rutelli.
Bene, oltre a non essere mai entrata in parlamento, io vi dico che non ho mai fatto politica.
Votatemi perché io non ho mai fatto politica ma soprattutto votatemi perché io non sono un politico.

È vero. I politici erano cattivi, e ci piace il fatto che tu non sia una di loro.
         Ma ora i politici non ci sono più.
Altri hanno preso il loro posto e sappiamo che l'hanno fatto per il nostro bene!
Come la mettiamo con questo?

Certo, i politici sono stati cacciati, ma io non solo non sono un politico. C'è dell'altro.

Dell'altro?
Cosa può esserci di meglio che non essere un politico?

C'è questo: io non so nulla di politica.
Ed è ciò che vi salverà dalla tragedia.

Ci salverà!
Ha detto che ci salverà!
Sì, salvaci!
Ma. Ma se non sai nulla come farai a salvarci?

Cercate di seguirmi.
A chi è stato affidato il nostro Bel Paese per uscire fuori dalla fossa che si era abilmente scavato con le sue stesse manine sporche e sudaticce?

A chi?
A chi? Diccelo!

È stato affidato ad una nuova, pericolosissima casta.
        
No!
Abbasso la casta!
Buuu!!
Ma un momento. Non era quella di prima la casta?

Spiegaci. Non capiamo.

Quella nuova è senza dubbio una casta ancora peggiore della precedente. La casta che ora comanda l'Italia è la casta dei "tecnici". E i tecnici ci hanno imposto nuove tasse e privazioni. I tecnici ci hanno trattato male. I tecnici ci hanno guardati dall'alto in basso mentre tutto ciò che noi volevamo sentirci dire è che era tutto a posto, che non c'era da preoccuparsi. Noi volevamo solo dormire altri cinque minuti. O perché no, altri cinque anni! Mi pare evidente che i tecnici non ci vogliono bene.

È vero. I tecnici sono cattivi!
Giusto! Io li odio i tecnici!
Io li ho sempre odiati!
Ci hai aperto gli occhi!

Amici! Amici, c'è di più.

Dicci, oh leader.
Dicci: cosa c'è di più?

Cos'è che accomuna tutti questi tecnici? Cosa, se non la loro competenza? La loro preziosissima competenza?
E c'è un motivo ben preciso per cui posso assicurarvi che io non ripeterò i mille errori di questi nostri attuali spocchiosi governanti.
Qui, oggi, davanti a voi, lo giuro: io sono totalmente incompetente.
Io non so nulla di politica, non ho competenze in alcun campo che possa risultare anche solo affine alla politica ed al governo di una nazione.
Votatemi perché non sono un tecnico.
Votatemi perché sono ignorante.

Evviva!


Votatemi perché io sono come voi.

mercoledì 30 maggio 2012

(OT) Il giorno in cui l'Italia tremò

Oggi volevo raccontarvi di quella volta che l'Italia tremò, di quella volta che fu la cosa migliore che mai le fosse capitata.

Era una bella giornata di sole. Tiepida quanto basta per starsene a ciondolare con la scusa del caldo, ma non tanto da patirlo per davvero. Calmo anche il vento. Giusto qualche refolo a rinfrescare la siesta. Era una di quelle giornate in cui starsene a ciondolare nel dopopranzo quei cinque minuti in più, senza pensare al ritorno in ufficio, in classe, in casa per le faccende. Era una giornata così quieta che il ronzio nell'aria si avvertì da subito. Un brontolio soffocato, un'eco lontana. Da qualche parte qualcosa sussultava. Ma dove? Le persone per strada si guardavano l'un l'altra stranite: il timbro era stonato per quel suono soffuso. Pareva l'impronta di un boato remoto. Da qualche parte qualcosa si agitava e si contorceva, si divincolava e tremava. Ecco, sì: era il riflesso di un tremore lontano. Un tremore sordo, costretto in uno spazio chiuso. Ma dove?

I cittadini allora scesero nelle strade. Un po' impauriti, un po' curiosi. Un po' perché tutti scendevano. 
Sul momento nessun indizio fu trovato riguardo la provenienza del rombo. Alcuni tornarono in casa, circospetti, spiando gli stipiti delle porte e delle finestre, gli spigoli, i muri a cercar crepe. Perché il boato strozzato era quello tipico del terremoto. Un terremoto infinito e immobile, ma inconfondibile nel suono. Nessun danno però trovarono nelle case. Tornarono fuori, e dietro al suono si misero in cammino.

C'erano posti, è bene dirlo, in cui il rumore si faceva più intenso. Ce n'era in ogni città di quei posti così. E poi era più forte nelle città grandi; soffocato, invece e simile ad un soffio all'orecchio nei piccoli centri. In molti dopo un poco iniziarono a sopportare a fatica quel tuono, quel rombo sordo, e in tanti si misero placidamente ad inseguirlo, nella sola speranza di trovare un sistema per spegnerlo. 
In lunghe file ordinate procedevano, in ogni abitato. Si guardavano attorno, le mani alle orecchie, assieme verso la fonte del mistero. Fiumi di gente guardinga si riversavano nelle vie e procedevano verso il centro dei paesi, delle città e delle grandi metropoli. Si incontravano alle confluenze.
Coglievano negli occhi degli altri il loro stesso dubbio, lo stesso sgomento. Lo ritrovavano nei gesti di quelli che incrociavano. I fiumi umani si univano, si ingrossavano lungo vie e viali sempre più ampi. Erano sempre di più, il rumore sempre più forte.
Infine arrivarono. Venne il momento in cui tutte quelle processioni improvvisate, quei fiumi silenziosi che controcorrente tentavano di risalire alla fonte di quel suono misterioso, si ricongiunsero. Accadde in ogni paese, in ogni città, in ogni grande metropoli. Si unirono, assieme si guardarono attorno, assordati dal fragore. 

Quel che videro fu lo stesso in ogni luogo: milioni di persone per un momento trattennero il fiato, alzarono all'unisono gli occhi e li posarono sulle bandiere immobili che, nella calura del primo pomeriggio, ammantavano i balconi dei municipi, delle sedi di provincie e regioni. Tutto fermo, come schiacciato dal frastuono che, ormai era chiaro, nasceva a pochi metri da loro, oltre i muri sottili di quelli che al telegiornale chiamavano i "palazzi delle istituzioni".

A Roma il fiume più grande, attirato dal misterioso pifferaio, si ritrovò davanti al Parlamento.
Tutto il popolo, ovunque, stava in attesa, assordato dal rombo che continuava. Veniva di là, veniva dal Senato, veniva dalla Camera e dalla sede del Governo. 
Al rumore sordo ora, da vicino, si aggiungevano altri suoni. Suoni di gente, suoni disperati. Urla disumane, urla di dolore, panico e rabbia. Molta rabbia.
I cittadini, benché atterriti, iniziarono allora a chiamare i soccorsi: chiamarono i pompieri, chiamarono la polizia, la Protezione Civile. Chiamavano i soccorsi, ma quelli non arrivavano. E non arrivavano perché anche pompieri, poliziotti e soccorritori in quel momento erano gente, e con la gente stavano davanti al Parlamento con il naso per aria, in attesa. E fu allora che, vedendo che nulla sembrava smuoversi là fuori, qualcuno provò ad entrare dentro. Entrarono a Montecitorio. Per capire. Per vedere. Per aiutare.
In molti varcarono la soglia.

Lo spettacolo era raccapricciante. La fonte del frastuono stava là, davanti agli occhi sbarrati degli avventori. E non era il fuoco, non era il terremoto. Non erano i muri che si accartocciavano su se stessi come troppe volte era successo a tutti loro. Come succedeva a loro quando il rombo sordo del terremoto, dell'alluvione, della povertà veniva da fuori, e solo il silenzio usciva da dentro quegli spessi, vecchi muri.

Ora ce l'avevano davanti. Il frastuono erano poltrone. 
Decine, centinaia di poltrone schizzavano impazzite per le sale e per i corridoi. Il popolo si arrestò. Rimase ad osservare, muto. Osservava le decine, le centinaia di deputati, ministri, consiglieri comunali e regionali, sindaci, assessori e sottosegretari.
Li guardavano contorcersi e dimenarsi. Li guardavano mentre, aggrappati a quelle poltrone più che alla loro stessa vita, finivano schiacciati e dilaniati dalle sedie impazzite. Nessuno cercava scampo, nessuno tentava la fuga verso la salvezza, lì, a due passi. Nessuno rialzava i caduti.
Il popolo li guardò spegnersi uno dopo l'altro, attaccati con l'ultimo spasmo di muscoli disabituati al moto, ognuno alla propria seggiola. Il ghigno del trionfo fissato per sempre sui volti sfigurati dalla lotta e dal terrore.
Poi, così come se n'era andato, d'improvviso il silenzio tornò. 

Nessuno si salvò dal terremoto delle poltrone. Nessuno lasciò la presa per salvare se stesso o il vicino. 
Il popolo uscì dai palazzi e tornò a riempire le strade. Tornò alle proprie occupazioni. Tornò al proprio ufficio, tornò alla propria classe, tornò alle faccende.

Niente di sconvolgente era successo. Niente, se non una metafora che si era fatta cronaca, e nemmeno delle più avvincenti. Quella sera non ci furono edizioni speciali dei tg a raccontare la vicenda: i direttori non sapevano come riempire, negli studi ormai troppo grandi, quelle poltrone che ora anche loro guardavano con sospetto. Provarono ad invitare i testimoni, tutte le persone che avevano assistito alla strage, ma quelle non
vennero. Avevano cose più serie a cui pensare, ora che il rombo di un pomeriggio aveva spazzato via il chiacchiericcio di molti decenni. Volevano goderselo, quel silenzio, sapendo che non sarebbe durato poi molto.   
  

E allora basta. Smettiamola una buona volta di lamentarci se quelle persone di là da quei muri, dentro quei palazzi, non sono capaci a salvarci nel momento della crisi (qualunque crisi): con buona probabilità quelle  persone verso cui allunghiamo ogni volta le braccia, speranzosi, quelle povere persone non sarebbero in grado di salvare se stesse.