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mercoledì 3 aprile 2013

Spammami

Ieri ho aperto la casella di posta elettronica con una curiosità diversa. Una curiosità lontana dalla quotidianità del controllo veloce e apparentemente disinteressato. Del "chissà se qualcuno mi ha piacciato il capolavoro della letteratura postmoderna che ho condiviso su Facebook 52 secondi fa. No? Vivo in un mondo di stronzi"*.
Cerco una mail di qualche giorno fa. Scomparsa. Nessuna traccia. Scavo freneticamente tra cartelle create per semplificare la ricerca perdendo il quadruplo del tempo che avrei impiegato se la cartella fosse stata una sola.
Guardo nel cestino. Nulla.
Ultimo scrupolo: controllo che per una qualche complessa alchimia la mail non abbia deciso di nascondersi nello spam**.
Ovviamente la mail non c'è: non capita spesso di ricevere messaggi effettivamente rilevanti ma quando questo dovesse succedere, siatene pur certi, il vostro subconscio troverebbe una scorciatoia oscura, sconosciuta al vostro io cosciente e con un semplice click li cancellerebbe per sempre al mondo. Neppure la polizia postale sarebbe mai più in grado di recuperarli***.
La mia mail è scomparsa ma la cartella non è vuota. C'è un messaggio. Tutto solo. La cosa mi incuriosisce. Una parte del titolo è leggibile in mezzo ad una sfilza di asterischi e dieresi. Intravvedo: "ccisi da Ratz" e "lla Chiesa fanno finta di nul".
Rileggo con più attenzione. Ho visto bene. Dev'essere così. Finalmente è successo. È arrivata anche a me. È "l'email complottista"****.
La apro. La divorerei tutta d'un fiato ma non posso. Perdo mezzo pomeriggio a sostituire scarabocchi con lettere accentate, ad aggiungere e togliere gli spazi buttati lì un po' a caso. A separare i paragrafi. Ad individuare i virgolettati.
Poi la leggo.

E niente, della mia mail non c'era traccia e quindi ho chiuso tutto e mi sono rimessa a fare quel che stavo facendo*****.

                                                            ---

*Attenzione: non ho detto "di ignoranti". Io lo so bene che voi, che TU l'hai capito che la mia è una trovata geniale, è una stoccata inarrivabile, è letteratura sintetica e superba. L'hai capito e per questo ostacoli il mio successo. E lo stai facendo attraverso l'ostentata e sfrontata noncuranza che mi stai riservando da quasi un minuto a questa parte. Stronzo.

**Ho saputo che alcune mail, in certe condizioni di saturazione di banda e umidità relativa, compiono un salto quantico in cerca della libertà. Salto che però le porta purtroppo inesorabilmente, contrappasso cibernetico, ad una lenta e forzosa agonia in compagnia di pillole blu e peni stiracchiati. Proprio là, nella cartella dello spam.

***Tale processo è assolutamente irriproducibile da parte di una mente consapevole. Le cronologie che voi credete cancellate e che invece traboccano di siti porno ne sono una più che soddisfacente riprova

****L'email complottista è bella. L'email complottista è rassicurante. L'email complottista ti comunica che c'è chi sta un pochino peggio di te. E te lo comunica con tutto il garbo di cui può essere capace la squillante voce di un pazzo esaltato.

*****(Leggete qui di seguito facendo moltissimo finta di nulla) E niente, comincia che sembra quasi un grillino: classico microchip e controllo delle menti. Ma dopo viene fuori che Hitler ha invaso la Polonia invocando il demonio, ma poi stava diventando fortissimo e imbattibile. Fortuna che ad un certo punto è stato distrutto perché se n'è accorto Padre Pio. (Non l'ho ancora finita. Se sopravvivo vi scrivo che dice dopo)

giovedì 7 marzo 2013

Futuri laterali

8 Marzo 2013, festa della donna
I ristoranti sono effettivamente tutti pieni.

9 Marzo 2013
Napolitano a borse chiuse convoca Bersani, Alfano e Grillo per discutere con loro la formazione del nuovo governo. L'assemblea si protrae più a lungo del previsto a causa di problemi tecnici che bloccano l'interfono del vetro antiproiettile.

10 Marzo 2013
Dopo una notte di estenuanti trattative la decisione ricade sul giovane Renzi. Sarà lui a portare le pizze.

15 Marzo 2013 (ore 8:00)
 Il conclave ha inizio.

15 Marzo 2013 (ore 8:05)
Il conclave è rinviato: gli eletti del M5S avevano prenotato la gita ai Musei Vaticani e, entrati nella Cappella Sistina, continuano a fare "Sshhhhh" ai cardinali.

15 Marzo 2013 (ore 12:30)
Finita la gita, riprende il conclave. Prima fumata nera: barbecue.

15 Marzo 2013 (ore 17:00)
Seconda fumata nera. Così, per far vedere che lavorano.

16 Marzo 2013
Il conclave viene nuovamente interrotto: Ratzinger irrompe nella Cappella Sistina sostenendo di essere lo Spirito Santo.

17 Marzo 2013
Dopo breve conciliabolo, Ratzinger è rieletto all'unanimità con la seguente motivazione: questa cosa della schizofrenia potrebbe risollevare non poco l'audience dei fedeli.

31 Marzo 2013 Pasqua
Ratzinger definitivamente cacciato dopo essere apparso in Piazza San Pietro vestito da Batman.

1 Aprile 2013
Bersani Presidente del Consiglio.

1 Aprile 2013 (sera)
Era uno scherzo.

2 Aprile 2013
Ennesimo tentativo di conclave. Fumata bianca. La decisione è presa: "Papa chi non dice culo. Culo!". Eletto uno sbigottito cardinale cinese che aspettava la traduzione (a causa di un piccolo fraintendimento a partire dalla sua elezione l'eucarestia sarà distribuita a suon di schiaffoni: il colpo di Cristo).

17 Aprile 2013
Patti Smith è il nuovo presidente del consiglio. Sarebbe il primo premier donna, non fosse che è Patti Smith. E che è in realtà Casaleggio con la tinta.

Maggio 2013
Il nuovo capo dello stato è Berlusconi. Paolo Berlusconi. La sua prima dichiarazione: "Chi è che ce l'ha ora l'immunità, stronzo?"

Gennaio 2015
Berlusconi assolto in tutti i processi per estrazione a sorte (legge Gelmini-Bondi sul processo al Bingo).

31 Dicembre 2015
L'Italia esce dall'Euro e spegne la luce. Era rimasta l'ultima.

Febbraio 2016
Dopo un lungo periodo di sconfitte, Bersani conquista finalmente la maggioranza alla Camera e al Senato. Fallisce però il televoto e si torna alle urne.

Marzo 2016
Campagna elettorale flash, trionfa il Movimento 5 Stelle Lusso (corrente di cui facevano parte quelli che poi non si sono tagliati lo stipendio) e governa serenamente per oltre 50 anni grazie ad una lunga e fortunata serie di offerte Groupon.

Luglio 2016
L'Italia restituisce agli USA tutti gli F-35 e opta per il programma russo "pioggia di meteoriti". 

Settembre 2020
Berlusconi a Porta a Porta presenta i suoi ospiti.

2021
Nuova eruzione del vulcano islandese ricopre di cenere scura ogni cosa, animale o persona. I leghisti rubano una navetta e fuggono lontano dall'orbita terrestre credendosi improvvisamente circondati da miliardi di negri.

2025
L'umanità è vicina al collasso a causa di sovrappopolazione ed eccessivo consumo di risorse. Si salva in corner grazie ad una serie di fortunate epidemie.

2030
Unico italiano sopravvissuto alla terribile pestilenza, Bersani si candida e pareggia.

2050
Asteroide in rotta di collisione con la Terra. Ma alla fine pure lui ci schifa.

2100
Esseri venuti dallo spazio sbarcano sulla Terra e ci invadono. Sono rozzi, sboccati e di un'ignoranza abissale. Devastano quel che resta del pianeta e rifondano la Lega Nord.

2150
L'umanità lentamente sconfigge il dominatore astro-leghista riscoprendo una potentissima arma del passato: la scrittura.

2170
Un pronipote di Bersani si candida per l'elezione a Presidente del nuovo governo mondiale e stravince.

2171
Con un leggero anticipo sui calcoli, il Sole ingloba la Terra.

giovedì 29 novembre 2012

(OT) Sensazioni siriane


A me il gusto di banane e latte mischiati assieme fa schifo. Tanto schifo che non ho nemmeno bisogno di assaggiarlo. Non fa per me. Lo lascio a voi. Ed è questo il motivo per cui oggi non posso considerare Abu Shaker soltanto il venditore di frullati più famoso di Damasco. Abu Shaker per me è e sarà per sempre quel maledetto sciamano che prende una banana, la mette nel bicchiere del frullatore, ci versa dentro la panna del latte, frulla, mi porge il bicchiere, e io bevo. Bevo, e quelle banane e quel latte mischiati assieme, voi non ci crederete, mi piacciono da impazzire.
Ecco, la Siria dell'estate del 2010 aveva quel gusto lì. Aveva il gusto inopinatamente buono di banane e latte. Aveva il gusto di cose mischiate assieme con tale maestria che quando le provavi sembravano nate così, colte di fresco da un assurdo albero di frullati perfetti.

I rumori del giorno a Damasco sono tanti, decisamente troppi per poterli isolare, registrare e conservare da una parte. È passato un po' di tempo ormai e due cose mi ricordo: il caos, e "quell'altro rumore". "Quell'altro rumore" s'è aggrappato, è sopravvissuto alle pieghe disordinate della mia memoria. Me lo ricordo perché estraneo alla scena. Laterale. Lo rammento per la sua strenua volontà di non amalgamarsi.
Le voci della medina coprivano ogni cosa, come una specie di pesante doppio fondo. Il modo in cui opprimevano la folla le rendeva qualcosa di profondamente diverso da un suono. Erano piuttosto una nuova soglia di silenzio. E oltre quel silenzio, io l'ho percepito. Ho sentito quel nuovo ed unico suono. Via le voci, via lo scalpiccio. "Clang! Clang!" Poi nulla. E ancora: "Clang!" Metallo. Metallo contro il selciato. "Clang!" Metallo, no: lamiera. Lamiera calpestata che batte sul lastrico. Svoltai l'angolo e il mistero si sciolse. Quello che sovrastava tutti gli altri era il suono dello sgomento e della protesta. Il suono di quella protesta che fa rumore ma non fa del male. Era il suono di una bandiera bianca e azzurra: due strisce ed una Stella di David dipinte su quella lamiera gettata in strada. Era il suono di piedi che con fermezza e dignità, calpestandola, si ribellavano al raid israeliano che poche ore prima aveva calpestato le vite di uomini, donne e bambini della striscia di Gaza. Qualunque parola di rabbia e sconforto sarebbe stata sovrastata, zittita, rubata, fraintesa e inghiottita dal rumore bianco della medina. Le ragioni di quei piedi, invece, restano scolpite per sempre nelle mie orecchie. Erano i piedi dei siriani nell'estate del 2010.

Il suq di Damasco è un labirinto da esplorare col naso all'insù.
Passeggiavo e intorno a me gli odori si sprecavano. Il profumo dalle merci era la vetrina, l'insegna di ogni bottega. Spezie, sapone, profumi. Niente cibo in quei giorni nel suq di Damasco. Era Ramadan: tra le bancarelle non si sarebbe mangiato o bevuto nulla fino al tramonto.
Passeggiavo, lo stomaco brontolava all'avvicinarsi dell'ora preposta a riempirlo. Il naso teso nello sforzo di cogliere un possibile sollievo per la fame che montava. Venne il momento in cui le narici, decise, presero il sopravvento. Un breve conciliabolo con occhi e piedi, ed un rapido golpe sensoriale fu felicemente concluso.
Il naso decise d'impeto di trasportarmi altrove, fuori dal gran mercato. Di portarmi lontana da quei profumi privi della sostanza di cui avevo bisogno. I piedi seguirono fiduciosi il nuovo leader acclamato da folle di cellule festanti. Ed eccolo, finalmente, a riempire l'aria come fosse stato lì da sempre. Quel profumo di carne arrosto, di salse e di pane caldo. Ero nel quartiere cristiano.
Perché se non lo sapete ve lo dico io che a Damasco allora c'erano tutti. Ognuno viveva e pregava e ritornava a vivere secondo le scelte dei propri antenati. Luci al neon divinamente kitsch distinguevano i culti. Blu le chiese, verdi le moschee, rossi i templi ebraici.
Svoltai l'ultimo angolo ed il potente profumo acquistò forma e sostanza nella bottega di shawerma che mi si spalancava davanti. Lo shawerma: un miracolo sugoso pronto per essere addentato da chiunque ne avesse avuto voglia. Perché il Ramadan, là, non era un'imposizione: era soltanto una scelta libera e coraggiosa, nella torrida estate del 2010 a Damasco.

I siriani sono cocciuti. Nel loro modo di fare c'è qualcosa di invitante ma perentorio.
Il popolo siriano è forte e risoluto. Il popolo siriano somiglia alle mani di Mohammed. Somiglia a quelle mani che mi sollevano di peso oltre il buco vuoto del gradino franato lungo una scala a chiocciola vecchia di millenni. Sono un appiglio nell'arrampicata. La stretta delle sue mani attorno alla vita è la sicurezza che per qualche attimo deve sostituirsi alla consueta certezza che era e sarebbe stata ancora il contatto della pietra sotto alle suole.
Eravamo nel Tempio di Baal a Palmira. Mohammed, 27 anni e faccia sincera, ne era il custode. Prima di lui lo era stato suo padre e ancora prima suo nonno. La sua famiglia aveva badato a quelle pietre per oltre un secolo e mezzo e le pietre resistendo al vento e al deserto li ringraziavano. Era tardi, era buio. Dopo una lunga chiacchierata in un inglese un po' stentato e un po' inventato, Mohammed decise che dovevo assolutamente salire sul tempio con lui. Entrammo da un ingresso secondario in quella che doveva essere stata la sala principale. Davanti a noi un muro: sembrava non esistere alcun percorso. Nessuna fenditura, a meno di non sapere dove cercarla. Ma lui sapeva, e assieme varcammo la soglia. Dietro, la scala. Gradini enormi. Vecchi. Alcuni avevano ceduto. Con le mani di Mohammed strette attorno ai fianchi, e le mie che cercavano appigli nel calcare ruvido, un balzo dopo l'altro raggiunsi la cima. Mi inginocchiai per affacciarmi al balcone che sovrastava il vuoto della grande sala. Il tetto era un ricordo dei secoli passati. Sentivo il tempio sotto di me. Davanti la strada romana. Mi strinsi più forte al parapetto e con esso a tutta la storia a cui era sopravvissuto quel paese, scolpita nella pietra e nelle mani forti dell'ultimo custode del Tempio. Dall'inizio dei
secoli, e fino all'estate del 2010.

Ho visto molte cose nel mio viaggio in Siria. Ho visto Damasco: la Grande Moschea, quartieri vecchi e nuovi, il piacevole miscuglio di persone diverse ma ben amalgamate a spasso per le strade. Ho visto Hama: le imponenti norie in continuo lento movimento e il placido fiume che ancora le unisce. Ho visto Aleppo: ho visto la cittadella e poi Aleppo dalla cittadella. Ho visto Palmira: le sue rovine accanto ai colori di una cena beduina. Ho visto ovunque il volo dei colombi ammaestrati; li ho visti alzarsi in volo tutti assieme in un moto solo all'apparenza casuale al comando di una bacchetta capace, mossa nel vento; li ho visti volare e, assieme, planare. Pacifici. Ho visto i cavalli, le mucche e le galline pascolare assieme tra le pietre sotto l'occhio vigile e meticoloso di un esperto pastore dai denti da latte.
Sulla strada che collega Damasco ad Aleppo, ho visto le Città Morte. Ho visto mura, case, strade e stanze. Le ho viste vuote, abbandonate all'improvviso secoli fa. Il motivo ed il momento esatto della fuga di un popolo ancora oggi resta oscuro: nessun telegiornale mostrò quelle disgrazie, allora. I telegiornali la mostrano oggi, la Siria in fuga, poco dopo quell'estate del 2010.
Questo ci permetterà di stabilire il "quando" delle Città Morte di domani. Resterà forse da capire il perché.

mercoledì 28 novembre 2012

(OT) Dialogo sui massimi sistemi elettorali


Votatemi.

Votarti?

Ho detto VOTATEMI!

E perché mai? Chi sei? Chi ti conosce?

Votatemi perché ve lo dico io.

Ma come osi? Non è certo questo che ti basterà per avere il nostro voto!

Non vi basta? Ah, all'improvviso non vi basta più? A guardarsi intorno non si direbbe. Ma d'accordo, sarò più precisa.
Votatemi perché non lo avete mai fatto prima.

Questa ha voglia di scherzare, andiamocene. 

Votatemi perché non sono in parlamento. Non ci sono mai stata. Giuro.
Nemmeno in gita col liceo (professori sessantottini: preferirono Amsterdam).

No, ancora non basta. Però continua.
D'accordo. Ragioniamo.
Chi è che ha portato l'Italia allo sfascio, alla devastazione, alla crisi, alla fame, alla miseria, all'accattonaggio, all'Inferno, allo scatafascio, alla "recessione"?

Oh Gesù, ha detto "recessione"!
Ma si può dire "recessione"?
Non saprei, però l'ha detto pure Monti una volta.
Ma no, guarda che aveva detto "ricezione": che era uscito dal tunnel ed era tornata la "ricezione".
Fuori dal tunnel.
Sempre a parlare di tunnel quello là.
Ma no, aveva proprio detto "recessione" l'ho visto al tiggì.
Ma quindi si può dire?
Sì, ma con sobrietà.
 ...
Ha detto "recessione".
Già.
È una che ragiona fuori dagli schemi.

Silenzio, non ho finito!
Chi è stato a rovinarci? Beh, non rispondete? Ma quelli che stanno in parlamento, è chiaro!
Ebbene. Come vi dicevo, io in parlamento non ci ho mai messo piede.
Ed è per questo che ora dovete votarmi: votatemi perché io non sono mai stata in parlamento.

...
...

Ora che ho ottenuto la vostra attenzione, continuiamo.
Chi è che ci ha ridotti così se non i politici? Tutti i politici, dal primo all'ultimo e poi ancora giù e giù fino a Rutelli.
Bene, oltre a non essere mai entrata in parlamento, io vi dico che non ho mai fatto politica.
Votatemi perché io non ho mai fatto politica ma soprattutto votatemi perché io non sono un politico.

È vero. I politici erano cattivi, e ci piace il fatto che tu non sia una di loro.
         Ma ora i politici non ci sono più.
Altri hanno preso il loro posto e sappiamo che l'hanno fatto per il nostro bene!
Come la mettiamo con questo?

Certo, i politici sono stati cacciati, ma io non solo non sono un politico. C'è dell'altro.

Dell'altro?
Cosa può esserci di meglio che non essere un politico?

C'è questo: io non so nulla di politica.
Ed è ciò che vi salverà dalla tragedia.

Ci salverà!
Ha detto che ci salverà!
Sì, salvaci!
Ma. Ma se non sai nulla come farai a salvarci?

Cercate di seguirmi.
A chi è stato affidato il nostro Bel Paese per uscire fuori dalla fossa che si era abilmente scavato con le sue stesse manine sporche e sudaticce?

A chi?
A chi? Diccelo!

È stato affidato ad una nuova, pericolosissima casta.
        
No!
Abbasso la casta!
Buuu!!
Ma un momento. Non era quella di prima la casta?

Spiegaci. Non capiamo.

Quella nuova è senza dubbio una casta ancora peggiore della precedente. La casta che ora comanda l'Italia è la casta dei "tecnici". E i tecnici ci hanno imposto nuove tasse e privazioni. I tecnici ci hanno trattato male. I tecnici ci hanno guardati dall'alto in basso mentre tutto ciò che noi volevamo sentirci dire è che era tutto a posto, che non c'era da preoccuparsi. Noi volevamo solo dormire altri cinque minuti. O perché no, altri cinque anni! Mi pare evidente che i tecnici non ci vogliono bene.

È vero. I tecnici sono cattivi!
Giusto! Io li odio i tecnici!
Io li ho sempre odiati!
Ci hai aperto gli occhi!

Amici! Amici, c'è di più.

Dicci, oh leader.
Dicci: cosa c'è di più?

Cos'è che accomuna tutti questi tecnici? Cosa, se non la loro competenza? La loro preziosissima competenza?
E c'è un motivo ben preciso per cui posso assicurarvi che io non ripeterò i mille errori di questi nostri attuali spocchiosi governanti.
Qui, oggi, davanti a voi, lo giuro: io sono totalmente incompetente.
Io non so nulla di politica, non ho competenze in alcun campo che possa risultare anche solo affine alla politica ed al governo di una nazione.
Votatemi perché non sono un tecnico.
Votatemi perché sono ignorante.

Evviva!


Votatemi perché io sono come voi.

martedì 2 ottobre 2012

(OT) Post Blog

Purtroppo la premiazione della Blogfest risale a prima che scoprissi quanto fosse facile procurarsi da bere gratis, quindi non c'è modo di recuperarla nei meandri della memoria.

Ricordo però vagamente la mattina dopo.
Due ore scarse di sonno in macchina accanto ad un russatore professionista. Colazione così cara che nemmeno in Regione Lazio avrebbero creduto agli scontrini. Si va a sentire il monologo del "pezzo grosso".

Sprovveduti come siamo, arriviamo gravemente in anticipo sul ritardo prefissato: è ancora in corso la conferenza che precede l'evento. Esperti e dottori in perdita di tempo con dolo si confrontano sul futuro dei quotidiani online: far pagare tutto o far finta di dar notizie gratis e invece far pagare tutto? Segue dibattito.

Termina il blocco: "Ora c'è il monologo" penso io, più stordita che ingenua. No. Non ancora. Perché correre quando si sarebbe dovuto cominciare solo quarantacinque minuti prima?
Ecco il motivo del prolungarsi dell'attesa: pare che lì, proprio lì durante quell'emozionante dibattito, si fosse nel centro del centro della democrazia partecipata. E nel centro del centro della democrazia partecipata chiunque alzi la mano può intervenire a casaccio sul primo argomento che gli/le passa per la testa con una mancanza di selezione che se la sognano persino quelli della dirigenza del Pd.

Ciao, io ho un blog.
Il mio blog si chiama: "Faretto. Sì, faretto che illumina il cortile ma non adesso che è giorno. Più di notte in effetti. Ora non è che serva a tanto. Oh, dei gerani. Punto blogspot punto com".
Ecco, io sul mio blog ci pubblico le ricette perché ho visto che ora se sul blog ci pubblichi le ricette poi fai il botto e vai pure in tivvù. Le mie ricette poi sono molto molto speciali: sono ricette che a leggerle non sembra, ma se le fai allora ti rendi conto che fanno veramente schifo. Però in compenso per comprare gli ingredienti per la monoporzione devi vendere i tuoi due reni più quelli del fratellino piccolo ed uno di nonno se ha ancora il sangue buono, che a quel punto tanto valeva usare quelli per la ricetta. Ma non è questo il punto.
Il punto è che sul mio blog oltre alle ricette ci metto pure la politica. Sì, parlo delle cose della politica perché oggi se sul blog ci pubblichi le cose della politica poi fai il botto e vai pure in tivvù.
Sul mio blog però non ci metto le cose della politica quella grande, quella del Parlamento o del Senato o della Provincia. No, io ci metto la politica quella locale. Perché io sono molto attaccata al mio territorio (o anche perché oltre ai parenti il mio blog non lo legge mica nessuno, e quelli dal paese non si sono mai mossi. Ma questo non lo dico). Io parlo della politica piccola: l'assessore, il consigliere, il vicesindaco proprio massimo massimo ché quello è uno che se la tira e si crede chissà chi.
Ecco, io scrivo tutte queste cose sul mio blog e voi stronzi mai una volta che siate andati a leggerlo.
Grazie.


Ma sia chiaro, la trascrizione che qua e là potrebbe risultare non perfettamente accurata deriva unicamente da tutta la mia invidia per la ragazza che è salita sul palco e, accidenti a lei, mi ha soffiato la scherzo che mi ero appuntata dicendo lei esattamente le stesse cose*.


*Tranne il nome del blog: il suo doveva essere talmente accattivante che la mia mente ha preferito rigettarlo all'istante per non restarne intrappolata.

mercoledì 30 maggio 2012

(OT) Il giorno in cui l'Italia tremò

Oggi volevo raccontarvi di quella volta che l'Italia tremò, di quella volta che fu la cosa migliore che mai le fosse capitata.

Era una bella giornata di sole. Tiepida quanto basta per starsene a ciondolare con la scusa del caldo, ma non tanto da patirlo per davvero. Calmo anche il vento. Giusto qualche refolo a rinfrescare la siesta. Era una di quelle giornate in cui starsene a ciondolare nel dopopranzo quei cinque minuti in più, senza pensare al ritorno in ufficio, in classe, in casa per le faccende. Era una giornata così quieta che il ronzio nell'aria si avvertì da subito. Un brontolio soffocato, un'eco lontana. Da qualche parte qualcosa sussultava. Ma dove? Le persone per strada si guardavano l'un l'altra stranite: il timbro era stonato per quel suono soffuso. Pareva l'impronta di un boato remoto. Da qualche parte qualcosa si agitava e si contorceva, si divincolava e tremava. Ecco, sì: era il riflesso di un tremore lontano. Un tremore sordo, costretto in uno spazio chiuso. Ma dove?

I cittadini allora scesero nelle strade. Un po' impauriti, un po' curiosi. Un po' perché tutti scendevano. 
Sul momento nessun indizio fu trovato riguardo la provenienza del rombo. Alcuni tornarono in casa, circospetti, spiando gli stipiti delle porte e delle finestre, gli spigoli, i muri a cercar crepe. Perché il boato strozzato era quello tipico del terremoto. Un terremoto infinito e immobile, ma inconfondibile nel suono. Nessun danno però trovarono nelle case. Tornarono fuori, e dietro al suono si misero in cammino.

C'erano posti, è bene dirlo, in cui il rumore si faceva più intenso. Ce n'era in ogni città di quei posti così. E poi era più forte nelle città grandi; soffocato, invece e simile ad un soffio all'orecchio nei piccoli centri. In molti dopo un poco iniziarono a sopportare a fatica quel tuono, quel rombo sordo, e in tanti si misero placidamente ad inseguirlo, nella sola speranza di trovare un sistema per spegnerlo. 
In lunghe file ordinate procedevano, in ogni abitato. Si guardavano attorno, le mani alle orecchie, assieme verso la fonte del mistero. Fiumi di gente guardinga si riversavano nelle vie e procedevano verso il centro dei paesi, delle città e delle grandi metropoli. Si incontravano alle confluenze.
Coglievano negli occhi degli altri il loro stesso dubbio, lo stesso sgomento. Lo ritrovavano nei gesti di quelli che incrociavano. I fiumi umani si univano, si ingrossavano lungo vie e viali sempre più ampi. Erano sempre di più, il rumore sempre più forte.
Infine arrivarono. Venne il momento in cui tutte quelle processioni improvvisate, quei fiumi silenziosi che controcorrente tentavano di risalire alla fonte di quel suono misterioso, si ricongiunsero. Accadde in ogni paese, in ogni città, in ogni grande metropoli. Si unirono, assieme si guardarono attorno, assordati dal fragore. 

Quel che videro fu lo stesso in ogni luogo: milioni di persone per un momento trattennero il fiato, alzarono all'unisono gli occhi e li posarono sulle bandiere immobili che, nella calura del primo pomeriggio, ammantavano i balconi dei municipi, delle sedi di provincie e regioni. Tutto fermo, come schiacciato dal frastuono che, ormai era chiaro, nasceva a pochi metri da loro, oltre i muri sottili di quelli che al telegiornale chiamavano i "palazzi delle istituzioni".

A Roma il fiume più grande, attirato dal misterioso pifferaio, si ritrovò davanti al Parlamento.
Tutto il popolo, ovunque, stava in attesa, assordato dal rombo che continuava. Veniva di là, veniva dal Senato, veniva dalla Camera e dalla sede del Governo. 
Al rumore sordo ora, da vicino, si aggiungevano altri suoni. Suoni di gente, suoni disperati. Urla disumane, urla di dolore, panico e rabbia. Molta rabbia.
I cittadini, benché atterriti, iniziarono allora a chiamare i soccorsi: chiamarono i pompieri, chiamarono la polizia, la Protezione Civile. Chiamavano i soccorsi, ma quelli non arrivavano. E non arrivavano perché anche pompieri, poliziotti e soccorritori in quel momento erano gente, e con la gente stavano davanti al Parlamento con il naso per aria, in attesa. E fu allora che, vedendo che nulla sembrava smuoversi là fuori, qualcuno provò ad entrare dentro. Entrarono a Montecitorio. Per capire. Per vedere. Per aiutare.
In molti varcarono la soglia.

Lo spettacolo era raccapricciante. La fonte del frastuono stava là, davanti agli occhi sbarrati degli avventori. E non era il fuoco, non era il terremoto. Non erano i muri che si accartocciavano su se stessi come troppe volte era successo a tutti loro. Come succedeva a loro quando il rombo sordo del terremoto, dell'alluvione, della povertà veniva da fuori, e solo il silenzio usciva da dentro quegli spessi, vecchi muri.

Ora ce l'avevano davanti. Il frastuono erano poltrone. 
Decine, centinaia di poltrone schizzavano impazzite per le sale e per i corridoi. Il popolo si arrestò. Rimase ad osservare, muto. Osservava le decine, le centinaia di deputati, ministri, consiglieri comunali e regionali, sindaci, assessori e sottosegretari.
Li guardavano contorcersi e dimenarsi. Li guardavano mentre, aggrappati a quelle poltrone più che alla loro stessa vita, finivano schiacciati e dilaniati dalle sedie impazzite. Nessuno cercava scampo, nessuno tentava la fuga verso la salvezza, lì, a due passi. Nessuno rialzava i caduti.
Il popolo li guardò spegnersi uno dopo l'altro, attaccati con l'ultimo spasmo di muscoli disabituati al moto, ognuno alla propria seggiola. Il ghigno del trionfo fissato per sempre sui volti sfigurati dalla lotta e dal terrore.
Poi, così come se n'era andato, d'improvviso il silenzio tornò. 

Nessuno si salvò dal terremoto delle poltrone. Nessuno lasciò la presa per salvare se stesso o il vicino. 
Il popolo uscì dai palazzi e tornò a riempire le strade. Tornò alle proprie occupazioni. Tornò al proprio ufficio, tornò alla propria classe, tornò alle faccende.

Niente di sconvolgente era successo. Niente, se non una metafora che si era fatta cronaca, e nemmeno delle più avvincenti. Quella sera non ci furono edizioni speciali dei tg a raccontare la vicenda: i direttori non sapevano come riempire, negli studi ormai troppo grandi, quelle poltrone che ora anche loro guardavano con sospetto. Provarono ad invitare i testimoni, tutte le persone che avevano assistito alla strage, ma quelle non
vennero. Avevano cose più serie a cui pensare, ora che il rombo di un pomeriggio aveva spazzato via il chiacchiericcio di molti decenni. Volevano goderselo, quel silenzio, sapendo che non sarebbe durato poi molto.   
  

E allora basta. Smettiamola una buona volta di lamentarci se quelle persone di là da quei muri, dentro quei palazzi, non sono capaci a salvarci nel momento della crisi (qualunque crisi): con buona probabilità quelle  persone verso cui allunghiamo ogni volta le braccia, speranzosi, quelle povere persone non sarebbero in grado di salvare se stesse.