martedì 17 luglio 2012

Buone vacanze?

Alla fine ci si casca tutti. Non fate finta di nulla o succederà anche a voi.

Le vacanze si avvicinano, le valigie si gonfiano.
È il momento più difficile. Lo stress è alle stelle. Ogni certezza poco a poco viene meno. Gli incubi notturni sono ormai un misto di "strati, devo potermi vestire a strati", "una felpa dovrebbe bastare, questa volta non mi faccio fregare, la giacca non serve", "facciamo due felpe, al massimo le metto una sopra all'altra","dove diavolo sono le ciabatte da doccia?", "quand'è successo che l'umanità perdesse a tal punto la fiducia nel prossimo da aver bisogno di ciabatte da doccia?", e così via.

Precisiamo ora brevemente le caratteristiche meteo/climatiche della destinazione finale del nostro viaggio:
  • Al mattino fa caldo, al pomeriggio molto di più, di notte un pelo meno.
  • Al mattino il cielo è sgombro, al pomeriggio arriva forse qualche cumuletto, le notti sono ampiamente stellate.
  • Nei giorni di particolare magnanimità Iddio manda un temporale a rinfrescare noi novelli tuareg da spiaggia.
  • La climatologia ci informa che le temperature medie diurne si aggirano attorno ai mille gradi*. Decimo più, decimo meno (poi sui manuali le abbassano un po' per non far spaventare il lettore più sensibile, ma chi ci ha passato l'infanzia vacanziera lo sa bene: è una stima per difetto).

Tornando a noi. In questo stato mentale chiaramente alterato (a mente fredda appare infatti ovvio che le ciabatte da doccia furono inventate dal Demonio in persona, il quale approfittò di un temporaneo divino condono sul libero arbitrio per rifilarcele senza chiedere permesso. Non esistono altre spiegazioni adattabili perlomeno al mondo occidentale) cadere in una qualsiasi tentazione è molto facile.

Ecco cosa farete. 
Accenderete il vostro bel computer, vi collegherete ad internet e le cercherete. 
Non ci sarebbe un motivo al mondo ma voi andrete a cercarle e le troverete. 
Le troverete con estrema facilità: è sempre troppo facile trovare ciò che in cuor nostro sappiamo essere superfluo, quando non ampiamente dannoso.
Troverete la sola cosa al mondo, in questo difficile momento, per voi peggiore e più inutile delle ciabatte da doccia: le previsioni stagionali**.
Eccovi sul sito, vi vedo scostare lentamente la mano da davanti agli occhi. Ora vi vedo pure aprire gli occhi. Ora sento le vostre urla.
Il punto, che conclude il mio ragionamento sulle follia indotta dalla preparazione compulsiva di bagagli, è il motivo per cui state urlando.

State urlando perché il sito vi comunica che nell'area geografica in cui si colloca la vostra meta (che ricordiamo essere una terra arida, torrida, dal meteo meravigliosamente piatto) per Luglio e Agosto esiste una probabilità non nulla che le temperature siano leggermente al di sotto della media e le piogge poco sopra.
Nonostante il rischio di un totale congelamento del bacino del Mediterraneo causato da una temperatura dell'aria di 990 gradi* invece di mille* sia come minimo remoto, e scarso il pericolo di alluvione derivante da 2 mm*** di pioggia mensili al posto degli usuali 0.5*** (dovuti perlopiù alla sudorazione dei turisti nei pressi dei pluviometri), inizierete a piangere sconsolati. E tra sonori singhiozzi e silenziose bestemmie maledirete il collega che vi ha subdolamente (il bastardo non poteva non sapere) lasciato "il periodo migliore di tutti" in cui prendere ferie, rovinandovi irrimediabilmente la vacanza.

Detto ciò, statemi bene. Ci si risente al ritorno.
(Ora scusate, vado a comprare un paio di coperte termiche, e a controllare se in macchina ci sono le catene: non si sa mai)

*Questo dato potrebbe essere affetto da errore (dato reale: media delle massime di Agosto 30.1°C).

**Questo post non intende assolutamente insultare chi si occupa delle previsioni stagionali. È chiaro che nel testo si utilizza un'iperbole per enfatizzare il paradosso mentale causato dall'approssimarsi della partenza per le ferie. Esistono almeno altre due o tre cose peggiori delle previsioni stagionali, solo che ora proprio non mi vengono in mente.

*** Dato reale 17-20 mm mensili (ovvero un po' meno di un temporale fiacco).

mercoledì 4 luglio 2012

Guarda sempre di qua e di là

Il problema grosso che porta con sé il temporale è la sua spiccata capacità di farti sembrare completamente pazzo.

Abiti in un condominio.
Le tue finestre sono tutte rivolte verso un unico punto cardinale.
Il Sole ti dà l'ok con tanto di occhiolino, stile cartone animato.
È il momento buono per quel giro in bici che rimandi da troppo tempo.
Bando alla pigrizia: si va!

Ti chiudi nell'ascensore e non ne esci che in cantina.
Non hai contatti con l'ambiente che ti circonda.
Recuperi faticosamente il veicolo.
Via il telo.
Via la polvere (che come sempre ha impunemente attraversato il telo).
Sono passati appena 10 minuti dalla tua brillante decisione di fare un po' di movimento.
Risali la rampa del garage armato solo di entusiasmo, canotta, shorts e occhialoni che nemmeno Ray Charles.

Ti attendono interdetti in cortile:
  • la vicina appiccicata al muro che calibra con cura la gittata del lancio che porterà il suo sacco della spazzatura nel giusto bidone
  • alcuni pesci pelagici.

Il temporale era appostato dall'altra parte del muro.
Tu non potevi saperlo.
Non potevi sospettare il tranello.

Non tentare di dare spiegazioni.
Non servirà.
Accetta il semplice fatto che da domani i condòmini ti guarderanno con occhi diversi e sorrisi accondiscendenti.

(Cerca però il modo di sfruttare la cosa a tuo vantaggio. Magari la prossima volta che dimentichi di pagare le spese)



[A Virgi, che da oggi è veramente vecchio]

mercoledì 27 giugno 2012

Regolatevi

È estate. In migliaia di uffici pubblici sparsi per la penisola diventa d'un tratto palese come l'umanità tutta sia nel complesso indegna della tecnologia che dall'alto di inaccessibili laboratori, eterei scienziati creano per noi e per la nostra salvezza.
È bene dunque che sappiate che dal segreto dei loro studioli, piccoli gruppi di antropologi da qualche tempo osservano noi ed i nostri astrusi comportamenti.

Descriverò qui di seguito, a titolo di esempio, il mistico fenomeno che ogni mattina io e molti altri disperati pubblici riscontriamo recandoci al lavoro. Per fare ciò seguirò la routine antimeridiana dell'impiegato medio Astolfo.

In strada, come anticipato nel preambolo, è senza dubbio estate: il caldo torrido divora ogni energia e annebbia la vista, com'è giusto che sia. Con un ultimo, sovrumano sforzo, Astolfo raggiunge la porta principale del palazzo degli uffici. Tale porta, nel mondo reale ,segnerebbe certamente la fine delle sue calorose sofferenze; qui invece è in realtà soltanto l'inizio della dura prova che porterà l'impiegato a sedersi trionfante davanti al PC, o a perire tentando. La mano, madida di sudore, scivola al primo tentativo, poi stringe di più e la maniglia cede, si abbassa. Ansimando Astolfo tira ogni giorno verso di sé una porta sempre, inevitabilmente, pesantissima. Varca la soglia e giunge l'autunno.

La differenza di temperatura tra interno ed esterno crea all'istante correnti d'aria capaci di smuovere monsoni, sradicare alberi possenti, issare ignare giovinette nei cieli del Kansas. L'arsura esterna, certo, è ora solo uno spiacevole ricordo. Il presente però, a suo modo, non è  affatto da meno. Qui la temperatura è mite, questo è vero, ma i venti che scuotono e trascinano il malcapitato rendono l'ambiente di confine totalmente inadatto alla vita umana. Il povero impiegato arranca. Con enorme sforzo abbraccia l'usciere che, assicurato a spesse funi, lo tira a sé e lo avvia verso l'ufficio.
È giunto il momento di frugare dentro al pesante zaino che ogni mattina gli fa compagnia nell'arduo viaggio verso la postazione. Lo osserviamo estrarre calzamaglia di lana, scarponi, piumino, sciarpa, berretto. Astolfo è pronto per l'inverno

I cumuli di neve fresca ammonticchiati ai lati del corridoio intralciano il cammino. Le lastre di ghiaccio sulle quali scivolano felici famigliole di pinguini di Adelia mettono a dura prova il suo equilibrio (ma le corde assicurate alle pareti sono lì proprio per questo, no?). Superate le rare foche leopardo ed i pochi splendidi esemplari di volpe artica eccola, la si intravede appena oltre il fitto nevischio che da alcuni minuti cade insistente all'altezza della sala riunioni: è la porta dell'ufficio. È aperta (altrimenti l'aria non circola, sostiene il collega). Accanto alla porta c'è quella che ad un occhio poco esperto potrebbe sembrare la salvifica soluzione alle sofferenze di Astolfo. Ma lui lo sa, non è un pivello: quella non è altro che una trappola per gli stolti e per i pochi superstiti tra gli sparuti tesisti. Poco oltre la porta spalancata da quella che ormai è una bufera, dicevo, c'è La Manopola. Scorrendoci sopra il polpastrello, Astolfo sente l'invitante incisione: + <- -> - . Sorride triste. È tutto falso. Gli è costato molto scoprirlo, ma ora sa che è finta: costruendo l'edificio l'hanno piazzata lì per dare ai dipendenti quella gradevole sensazione di controllo sul mondo circostante che tanto conforta l'uomo moderno.
È finta sì, ma non del tutto inutile per l'impresa dell'eroico viaggiatore. Essa è infatti un buon appiglio. Astolfo appoggia le dita sulla rotellina, saggia la sua resistenza: anche oggi sembra reggere. Si spinge avanti, supera con un balzo il cucciolo di narvalo che con il piccolo ma insidioso dente fa capolino dalla boccia dell'acqua. La meta è a pochi centimetri da lui. Astolfo atterra, scivola sul ghiaccio, cade, bestemmia, si rialza, cade ancora (sull'altra chiappa: stare seduto oggi sarà un incubo), bestemmia (la mamma del bersaglio precedente), striscia, si protende dolorante verso il suo personalissimo Graal. Si appende alla maniglia, spalanca la finestra.

Lentamente la neve fonde in graziosi ruscelletti. I piccoli ma insidiosi ghiacciai si ritirano negli angoli più remoti. Mazzetti di fiori di campo si fanno largo tra le piastrelle nuovamente scoperte. I pinguini lasciano il posto alle anatre festanti, le volpi delle nevi ai piccoli orsetti che si svegliano dal tecnologico letargo.
Anche oggi, in ufficio, Astolfo ha riportato la primavera.


Ah, dimenticavo la conclusione a cui sono poi giunti gli antropologi: l'umanità si estinguerà ben prima di aver scoperto come regolare l'aria condizionata.

mercoledì 20 giugno 2012

È scienza?

La comunità scientifica è ormai in larga parte concorde nell'affermare l'esistenza di una relazione di proporzionalità inversa tra la temperatura ambientale e la creatività personale.*

* Attenzione: questa affermazione potrebbe non corrispondere con quanto sostenuto da larga parte della comunità scientifica.**
** Ma secondo me è molto vero. ***
*** :|

martedì 12 giugno 2012

Storm trackers

Esiste una procedura. Una procedura molto complessa.
Questa procedura molto complessa si basa su informazioni provenienti da radar meteo, database continuamente aggiornati, calcolatori potenti e sempre attivi.
La procedura molto complessa che si basa su informazioni provenienti da radar meteo, database continuamente aggiornati, calcolatori potenti e sempre attivi permette di identificare con buona approssimazione le singole celle temporalesche e seguirle nel loro cammino.
Scopo principe della procedura molto complessa che si basa su informazioni provenienti da radar meteo, database continuamente aggiornati, calcolatori potenti e sempre attivi e che permette di identificare con buona approssimazione le singole celle temporalesche e seguirle nel loro cammino è tentare di prevedere dove, con che velocità e per quanto tempo il temporale individuato si muoverà all'interno di un dato dominio.
Purtroppo lo scopo principe della procedura molto complessa che si basa su informazioni provenienti da radar meteo, database continuamente aggiornati, calcolatori potenti e sempre attivi e che permette di identificare con buona approssimazione le singole celle temporalesche e seguirle nel loro cammino, cioè tentare di prevedere dove, con che velocità e per quanto tempo il temporale individuato si muoverà all'interno di un dato dominio, è talvolta disatteso in quanto capita che celle vicine e perlopiù simili l'una all'altra siano tra loro confuse intralciando il buon esito dell'inseguimento.


Ecco.
Poi apro facebook e leggo:
  • Amico1 (scritto pochi secondi fa): "Merda, il temporale! E ora come ci torno a casa che sono in bici?"
  • Amico2 (scritto 2 minuti fa): "Qui vien giù il Diluvio Universale!"
  • Amico dell'Amico2 (scritto 1 minuto fa):"Pure da te? Qui è passato 10 minuti fa!"
  • Amico3 (scritto 5 minuti fa): "Ma che è? Pure da noi sono arrivati i monsoni??"
  • Amico4...

Fanculo il radar! Piazziamo un GPS a facebook e siamo a posto.

(Tra l'altro sono quasi certa che su facebook un GPS ci sia già. Ora mi ruberà l'idea e diventerà ancora più ricco, maledetto Zuckerberg.)



EDIT: Chiedo scusa a chiunque si sia sentito offeso da questo post. So bene quanto lavoro ci sia dietro all'elaborazione dei dati radar (in qualche modo ci lavoro anch'io da più di un anno ormai!). Il post intende invece enfatizzare la tendenza ormai estremamente comune a semplificare e banalizzare ogni cosa, compreso il difficile lavoro di queste persone. 
È chiaro che non sono riuscita nel mio intento, cercherò di fare meglio in futuro!
Scusate ancora.
Naima. 

mercoledì 30 maggio 2012

(OT) Il giorno in cui l'Italia tremò

Oggi volevo raccontarvi di quella volta che l'Italia tremò, di quella volta che fu la cosa migliore che mai le fosse capitata.

Era una bella giornata di sole. Tiepida quanto basta per starsene a ciondolare con la scusa del caldo, ma non tanto da patirlo per davvero. Calmo anche il vento. Giusto qualche refolo a rinfrescare la siesta. Era una di quelle giornate in cui starsene a ciondolare nel dopopranzo quei cinque minuti in più, senza pensare al ritorno in ufficio, in classe, in casa per le faccende. Era una giornata così quieta che il ronzio nell'aria si avvertì da subito. Un brontolio soffocato, un'eco lontana. Da qualche parte qualcosa sussultava. Ma dove? Le persone per strada si guardavano l'un l'altra stranite: il timbro era stonato per quel suono soffuso. Pareva l'impronta di un boato remoto. Da qualche parte qualcosa si agitava e si contorceva, si divincolava e tremava. Ecco, sì: era il riflesso di un tremore lontano. Un tremore sordo, costretto in uno spazio chiuso. Ma dove?

I cittadini allora scesero nelle strade. Un po' impauriti, un po' curiosi. Un po' perché tutti scendevano. 
Sul momento nessun indizio fu trovato riguardo la provenienza del rombo. Alcuni tornarono in casa, circospetti, spiando gli stipiti delle porte e delle finestre, gli spigoli, i muri a cercar crepe. Perché il boato strozzato era quello tipico del terremoto. Un terremoto infinito e immobile, ma inconfondibile nel suono. Nessun danno però trovarono nelle case. Tornarono fuori, e dietro al suono si misero in cammino.

C'erano posti, è bene dirlo, in cui il rumore si faceva più intenso. Ce n'era in ogni città di quei posti così. E poi era più forte nelle città grandi; soffocato, invece e simile ad un soffio all'orecchio nei piccoli centri. In molti dopo un poco iniziarono a sopportare a fatica quel tuono, quel rombo sordo, e in tanti si misero placidamente ad inseguirlo, nella sola speranza di trovare un sistema per spegnerlo. 
In lunghe file ordinate procedevano, in ogni abitato. Si guardavano attorno, le mani alle orecchie, assieme verso la fonte del mistero. Fiumi di gente guardinga si riversavano nelle vie e procedevano verso il centro dei paesi, delle città e delle grandi metropoli. Si incontravano alle confluenze.
Coglievano negli occhi degli altri il loro stesso dubbio, lo stesso sgomento. Lo ritrovavano nei gesti di quelli che incrociavano. I fiumi umani si univano, si ingrossavano lungo vie e viali sempre più ampi. Erano sempre di più, il rumore sempre più forte.
Infine arrivarono. Venne il momento in cui tutte quelle processioni improvvisate, quei fiumi silenziosi che controcorrente tentavano di risalire alla fonte di quel suono misterioso, si ricongiunsero. Accadde in ogni paese, in ogni città, in ogni grande metropoli. Si unirono, assieme si guardarono attorno, assordati dal fragore. 

Quel che videro fu lo stesso in ogni luogo: milioni di persone per un momento trattennero il fiato, alzarono all'unisono gli occhi e li posarono sulle bandiere immobili che, nella calura del primo pomeriggio, ammantavano i balconi dei municipi, delle sedi di provincie e regioni. Tutto fermo, come schiacciato dal frastuono che, ormai era chiaro, nasceva a pochi metri da loro, oltre i muri sottili di quelli che al telegiornale chiamavano i "palazzi delle istituzioni".

A Roma il fiume più grande, attirato dal misterioso pifferaio, si ritrovò davanti al Parlamento.
Tutto il popolo, ovunque, stava in attesa, assordato dal rombo che continuava. Veniva di là, veniva dal Senato, veniva dalla Camera e dalla sede del Governo. 
Al rumore sordo ora, da vicino, si aggiungevano altri suoni. Suoni di gente, suoni disperati. Urla disumane, urla di dolore, panico e rabbia. Molta rabbia.
I cittadini, benché atterriti, iniziarono allora a chiamare i soccorsi: chiamarono i pompieri, chiamarono la polizia, la Protezione Civile. Chiamavano i soccorsi, ma quelli non arrivavano. E non arrivavano perché anche pompieri, poliziotti e soccorritori in quel momento erano gente, e con la gente stavano davanti al Parlamento con il naso per aria, in attesa. E fu allora che, vedendo che nulla sembrava smuoversi là fuori, qualcuno provò ad entrare dentro. Entrarono a Montecitorio. Per capire. Per vedere. Per aiutare.
In molti varcarono la soglia.

Lo spettacolo era raccapricciante. La fonte del frastuono stava là, davanti agli occhi sbarrati degli avventori. E non era il fuoco, non era il terremoto. Non erano i muri che si accartocciavano su se stessi come troppe volte era successo a tutti loro. Come succedeva a loro quando il rombo sordo del terremoto, dell'alluvione, della povertà veniva da fuori, e solo il silenzio usciva da dentro quegli spessi, vecchi muri.

Ora ce l'avevano davanti. Il frastuono erano poltrone. 
Decine, centinaia di poltrone schizzavano impazzite per le sale e per i corridoi. Il popolo si arrestò. Rimase ad osservare, muto. Osservava le decine, le centinaia di deputati, ministri, consiglieri comunali e regionali, sindaci, assessori e sottosegretari.
Li guardavano contorcersi e dimenarsi. Li guardavano mentre, aggrappati a quelle poltrone più che alla loro stessa vita, finivano schiacciati e dilaniati dalle sedie impazzite. Nessuno cercava scampo, nessuno tentava la fuga verso la salvezza, lì, a due passi. Nessuno rialzava i caduti.
Il popolo li guardò spegnersi uno dopo l'altro, attaccati con l'ultimo spasmo di muscoli disabituati al moto, ognuno alla propria seggiola. Il ghigno del trionfo fissato per sempre sui volti sfigurati dalla lotta e dal terrore.
Poi, così come se n'era andato, d'improvviso il silenzio tornò. 

Nessuno si salvò dal terremoto delle poltrone. Nessuno lasciò la presa per salvare se stesso o il vicino. 
Il popolo uscì dai palazzi e tornò a riempire le strade. Tornò alle proprie occupazioni. Tornò al proprio ufficio, tornò alla propria classe, tornò alle faccende.

Niente di sconvolgente era successo. Niente, se non una metafora che si era fatta cronaca, e nemmeno delle più avvincenti. Quella sera non ci furono edizioni speciali dei tg a raccontare la vicenda: i direttori non sapevano come riempire, negli studi ormai troppo grandi, quelle poltrone che ora anche loro guardavano con sospetto. Provarono ad invitare i testimoni, tutte le persone che avevano assistito alla strage, ma quelle non
vennero. Avevano cose più serie a cui pensare, ora che il rombo di un pomeriggio aveva spazzato via il chiacchiericcio di molti decenni. Volevano goderselo, quel silenzio, sapendo che non sarebbe durato poi molto.   
  

E allora basta. Smettiamola una buona volta di lamentarci se quelle persone di là da quei muri, dentro quei palazzi, non sono capaci a salvarci nel momento della crisi (qualunque crisi): con buona probabilità quelle  persone verso cui allunghiamo ogni volta le braccia, speranzosi, quelle povere persone non sarebbero in grado di salvare se stesse.

mercoledì 23 maggio 2012

Cosa posso fare io?*

Il cambiamento climatico in atto è una realtà ormai dimostrata con ragionevole certezza.

Questo il messaggio che da alcuni anni ci viene proposto dalla quasi totalità della comunità scientifica mondiale (sacche di strenua resistenza, va detto, sono tutt'ora riscontrabili sul territorio italiano nelle campagne che circondano il Prof. Antonino Zichichi).
La Terra si riscalda, i ghiacci si sciolgono, i mojito si annacquano.

Quante volte avrete sentito la vecchia del paese (o l'addetta ai luoghi comuni, scala B, nel caso dei lettori di città) sbraitare in un  tripudio di retorica e saliva, con quell'aria di superiorità che solo la totale ignoranza di un argomento riesce a conferire: "Eh, sì. È proprio vero che il clima è cambiato! Quand'ero giovane io d'estate mica faceva così caldo! E d'inverno, sapeste che freddo! E poi c'era la primavera! E l'autunno! E i giovani, allora, erano molto più rispettosi!" (L'ultima affermazione è totalmente scorrelata dal resto del discorso, ma sappiate che non lo è affatto, nella sua testa)

Ora. Le ipotesi per interpretare correttamente l'affermazione di cui sopra sono due:
  1. La simpatica vecchina è in realtà uno spietato robot alieno dotato di termometro di precisione e calze contenitive (non rilevanti per la questione in sé, ma lo aiutano a calarsi nel personaggio).
  2. Come per la maggior parte del suo tempo da vent'anni a questa parte la cara signora sta parlando a vanvera. E il fatto che ci fosse qualcuno, voi, lì ad ascoltarla (oltre ad alcuni vasi di gerani ed alle inseparabili ciabatte pelose) è solo una sfortunata coincidenza.

Vediamo insieme il perché.
La temperatura media del globo è aumentata nell'ultimo secolo e mezzo di 0.7°C (decimale più, decimale meno). Nonnina nostra adorata: saprai anche distinguere un melone buono al mercato fiutandolo da due isolati di distanza (sono a tutt'oggi convinta che questa sia un'enorme macchinazione pianificata della gerontocrazia mondiale atta a far sentire inadeguato e misero ogni essere umano al di sotto dei cinquanta, e conservare così il predominio sul globo) ma di questo, tu, NON PUOI esserti accorta!

Ma lasciamo ora l'anziana alle sue farneticazioni, e torniamo a noi.
È altrettanto utile sapere che tale fenomeno, il cambiamento climatico o "global warming", causato probabilmente dall'azione scriteriata del genere umano nel vano ma comprensibile tentativo di non doversi mai più sentir dire: "Rimettiti subito la dannata maglia di lana!" è lungi dall'essere irreversibile.
Le soluzioni proposte ogni giorno dai più svariati mezzi d'informazione sono, naturalmente, del tutto prive di qualsivoglia valenza scientifica.
(Ridurre le emissioni di gas serra, ma per favore! Maledette lobbies dell'ossigenazione a tutti i costi!)
Ciò non toglie che, nel nostro piccolo, ognuno di noi possa agire ogni giorno in modo concreto nell'auspicio di riuscire, tutti assieme, a salvare questo nostro febbricitante, grasso, asteroide tondeggiante: applicate le poche e semplici regole elencate qui di seguito e vedrete che nel volgere di poche ore sarete finalmente precipitati in una piacevole e rassicurante era glaciale.

Le 5 cose da fare per contrastare il global warming.
  1. Completare il cambio di stagione negli armadi
  2. Tirare finalmente fuori la bicicletta dal garage
  3. Portare in tintoria il piumone
  4. Comprare un bel paio di sandali nuovi
  5. Trapiantare pinatine di pomodori sul balcone

Io nel mio piccolo le ho messe in atto e posso assicurarvi, mentre con una spranga tento amichevolmente di farmi strada nel locale caldaie del condominio per riattivare il riscaldamento, che funzionano alla perfezione!

*Il post era pienamente e scientificamente valido fino a ieri. Oggi, improvvisamente, è Agosto. Maledetto cambiamento climatico! (E maledetti i giovani che non hanno più un briciolo di rispetto!)