giovedì 24 gennaio 2013

Il caos delle riforme

“La riforma della scuola ha fallito”.

Quante volte l'avete sentito dire? Probabilmente in almeno un'occasione siete stati proprio voi a dirlo. O chissà, magari siete anche scesi in piazza tra la folla per urlarlo al mondo intero (piccoli sporchi comunistelli che non siete altro).
Bene. Bravi. Nessun problema. È come la varicella: ci siamo passati tutti.
Ora però, tristi e stanchi dopo l'ennesima inevitabile sconfitta, raccogliamo le ultime misere forze e chiediamoci: a cosa è servito lottare?
A sfogarci dopo una sessione di esami da dimenticare? Certamente sì.
A migliorare di una virgola il sacro mondo dell'istruzione? Certamente no.

Risulta ormai evidente a chiunque abbia un minimo di sale in zucca come riformare la scuola sia (e sia sempre stato) in buona approssimazione semplicemente impossibile. Il "riformone" è oggi archiviabile allo stesso modo della settimana di autogestione del liceo: non cambia nulla, e alla fine non si sa mai chi debba pagare per i cessi rotti.

Vediamo perché.
“La scuola” è un concetto generico, evanescente, contiene troppe variabili. Riformare la scuola è come cercare di rimettere dei vermi in una scatola di vermi dopo che i suddetti vermi l'hanno già scivolosamente abbandonata in massa (Prima legge di Zymurgy sulla dinamica dei sistemi in evoluzione). L'unica via a questo punto, come insegna il vecchio Murphy, sarebbe quella di creare in qualche modo una scuola un po' più grande della precedente dentro cui rinchiudere la scuola riformanda. Ma tutto ciò non farebbe altro che creare una nuova scuola altrettanto imperfetta e solo, per l'appunto, un po' più grande. Riformare la scuola, anno dopo anno, non fa dunque altro che rendere il nostro uno strisciante problema ricorsivo.
Detto ciò, non è certo il caso di arrendersi.

Tutto quello che deve fare il volenteroso legislatore è risalire la corrente: la riforma va fatta a monte.

Come insegna meteorologia (laddove i pochi soldi ancora permettono di insegnarla, naturalmente), una piccola perturbazione dello stato iniziale di un sistema caotico porterà con buona probabilità lo stesso ad evolvere in modo sensibilmente diverso da come avrebbe fatto altrimenti. Ora, quale sistema nell'universo conosciuto può a buon diritto essere definito "caotico" più di quello che racchiude la colorata e festante galassia della scuola? Forse nessuno.

Il modo certo di ottenere il massimo risultato con una spesa minima e nessuno spreco di preziose risorse umane ed economiche non potrà dunque non tenere conto di tale preziosa assonanza: basterà una leggina, un minuscolo cambiamento, un'inezia, un irrisorio Davide al cospetto il gigantesco Golia dell'educazione e la rivoluzione sarà irrevocabilmente innescata.
In linea con quanto esposto fin qui, la mia proposta di riforma ultima e definitiva è la seguente: “Trascorsi giorni 15 (quindici) dall'avvenuta pubblicazione in gazzetta ufficiale del presente comma, il numero 8 (otto) non farà più parte dell'insieme dei numeri naturali”.
E poi si vede come va.

Grazie a Greg per il prezioso spunto.

giovedì 20 dicembre 2012

Last forecast

Situazione ed evoluzione:
L'area di alta pressione che ha garantito tempo stabile ed asciutto nei giorni scorsi cede nella giornata di venerdì a causa del repentino dissolversi dell'atmosfera terrestre. Un'estesa instabilità in arrivo dall'America centrale interesserà nelle prossime ore i cinque continenti; si tratta di un transito molto rapido, a causa della probabile scomparsa di questi ultimi.
Non è prevista alcuna evoluzione.

Giovedì, 20 dicembre 2012 - pomeriggio

Nuvolosità: cielo molto nuvoloso dalle ore centrali della giornata.
Precipitazioni: di intensità debole o localmente moderata in estensione alle pianure. Quota neve in calo attorno ai 300m.
Zero termico: in generale calo fino a 800-900 m sulle pianure, intorno ai 1500 m sui rilievi.
Venti: generalmente deboli, da ovest sui rilievi, prevalentemente orientali in pianura.

Venerdì, 21 dicembre 2012
Nuvolosità: cielo generalmente molto nuvoloso. Foschie fitte e persistenti con banchi di nebbia sulle zone di pianura. Dal tardo pomeriggio la scarsa visibilità potrebbe essere causata dall'effettiva assenza del paesaggio circostante.
Precipitazioni: deboli piovaschi in mattinata, in progressiva intensificazione nelle ore centrali della giornata. Dal pomeriggio rovesci forti o molto forti con possibile grandine, meteoriti e grosse rane in prossimità dei principali centri urbani. In estensione ed ulteriore intensificazione in serata.
Zero termico: altalenante tra il suolo ed il top dell'atmosfera.
Venti: deboli di direzione variabile nelle prime ore della giornata. In intensificazione dal pomeriggio con raffiche anche molto forti in prossimità dei rovesci più intensi. Dalla tarda serata le correnti ruoteranno decisamente da ovest a causa dell'arresto della rotazione terrestre. I forti venti (1600 km/h circa) in ogni caso si attenueranno rapidamente durante la notte a causa della già citata dissoluzione atmosferica.   
Altri fenomeni: si segnala che la guida potrebbe risultare difficoltosa a causa dell'asfalto reso viscido dalle piogge di batraci. Si raccomanda dunque prudenza negli spostamenti. Se non indispensabili, si sconsigliano inoltre i viaggi lunghi per probabile concomitante sparizione della meta prescelta.

Sabato, 22 dicembre 2012

Chiuso.

giovedì 29 novembre 2012

(OT) Sensazioni siriane


A me il gusto di banane e latte mischiati assieme fa schifo. Tanto schifo che non ho nemmeno bisogno di assaggiarlo. Non fa per me. Lo lascio a voi. Ed è questo il motivo per cui oggi non posso considerare Abu Shaker soltanto il venditore di frullati più famoso di Damasco. Abu Shaker per me è e sarà per sempre quel maledetto sciamano che prende una banana, la mette nel bicchiere del frullatore, ci versa dentro la panna del latte, frulla, mi porge il bicchiere, e io bevo. Bevo, e quelle banane e quel latte mischiati assieme, voi non ci crederete, mi piacciono da impazzire.
Ecco, la Siria dell'estate del 2010 aveva quel gusto lì. Aveva il gusto inopinatamente buono di banane e latte. Aveva il gusto di cose mischiate assieme con tale maestria che quando le provavi sembravano nate così, colte di fresco da un assurdo albero di frullati perfetti.

I rumori del giorno a Damasco sono tanti, decisamente troppi per poterli isolare, registrare e conservare da una parte. È passato un po' di tempo ormai e due cose mi ricordo: il caos, e "quell'altro rumore". "Quell'altro rumore" s'è aggrappato, è sopravvissuto alle pieghe disordinate della mia memoria. Me lo ricordo perché estraneo alla scena. Laterale. Lo rammento per la sua strenua volontà di non amalgamarsi.
Le voci della medina coprivano ogni cosa, come una specie di pesante doppio fondo. Il modo in cui opprimevano la folla le rendeva qualcosa di profondamente diverso da un suono. Erano piuttosto una nuova soglia di silenzio. E oltre quel silenzio, io l'ho percepito. Ho sentito quel nuovo ed unico suono. Via le voci, via lo scalpiccio. "Clang! Clang!" Poi nulla. E ancora: "Clang!" Metallo. Metallo contro il selciato. "Clang!" Metallo, no: lamiera. Lamiera calpestata che batte sul lastrico. Svoltai l'angolo e il mistero si sciolse. Quello che sovrastava tutti gli altri era il suono dello sgomento e della protesta. Il suono di quella protesta che fa rumore ma non fa del male. Era il suono di una bandiera bianca e azzurra: due strisce ed una Stella di David dipinte su quella lamiera gettata in strada. Era il suono di piedi che con fermezza e dignità, calpestandola, si ribellavano al raid israeliano che poche ore prima aveva calpestato le vite di uomini, donne e bambini della striscia di Gaza. Qualunque parola di rabbia e sconforto sarebbe stata sovrastata, zittita, rubata, fraintesa e inghiottita dal rumore bianco della medina. Le ragioni di quei piedi, invece, restano scolpite per sempre nelle mie orecchie. Erano i piedi dei siriani nell'estate del 2010.

Il suq di Damasco è un labirinto da esplorare col naso all'insù.
Passeggiavo e intorno a me gli odori si sprecavano. Il profumo dalle merci era la vetrina, l'insegna di ogni bottega. Spezie, sapone, profumi. Niente cibo in quei giorni nel suq di Damasco. Era Ramadan: tra le bancarelle non si sarebbe mangiato o bevuto nulla fino al tramonto.
Passeggiavo, lo stomaco brontolava all'avvicinarsi dell'ora preposta a riempirlo. Il naso teso nello sforzo di cogliere un possibile sollievo per la fame che montava. Venne il momento in cui le narici, decise, presero il sopravvento. Un breve conciliabolo con occhi e piedi, ed un rapido golpe sensoriale fu felicemente concluso.
Il naso decise d'impeto di trasportarmi altrove, fuori dal gran mercato. Di portarmi lontana da quei profumi privi della sostanza di cui avevo bisogno. I piedi seguirono fiduciosi il nuovo leader acclamato da folle di cellule festanti. Ed eccolo, finalmente, a riempire l'aria come fosse stato lì da sempre. Quel profumo di carne arrosto, di salse e di pane caldo. Ero nel quartiere cristiano.
Perché se non lo sapete ve lo dico io che a Damasco allora c'erano tutti. Ognuno viveva e pregava e ritornava a vivere secondo le scelte dei propri antenati. Luci al neon divinamente kitsch distinguevano i culti. Blu le chiese, verdi le moschee, rossi i templi ebraici.
Svoltai l'ultimo angolo ed il potente profumo acquistò forma e sostanza nella bottega di shawerma che mi si spalancava davanti. Lo shawerma: un miracolo sugoso pronto per essere addentato da chiunque ne avesse avuto voglia. Perché il Ramadan, là, non era un'imposizione: era soltanto una scelta libera e coraggiosa, nella torrida estate del 2010 a Damasco.

I siriani sono cocciuti. Nel loro modo di fare c'è qualcosa di invitante ma perentorio.
Il popolo siriano è forte e risoluto. Il popolo siriano somiglia alle mani di Mohammed. Somiglia a quelle mani che mi sollevano di peso oltre il buco vuoto del gradino franato lungo una scala a chiocciola vecchia di millenni. Sono un appiglio nell'arrampicata. La stretta delle sue mani attorno alla vita è la sicurezza che per qualche attimo deve sostituirsi alla consueta certezza che era e sarebbe stata ancora il contatto della pietra sotto alle suole.
Eravamo nel Tempio di Baal a Palmira. Mohammed, 27 anni e faccia sincera, ne era il custode. Prima di lui lo era stato suo padre e ancora prima suo nonno. La sua famiglia aveva badato a quelle pietre per oltre un secolo e mezzo e le pietre resistendo al vento e al deserto li ringraziavano. Era tardi, era buio. Dopo una lunga chiacchierata in un inglese un po' stentato e un po' inventato, Mohammed decise che dovevo assolutamente salire sul tempio con lui. Entrammo da un ingresso secondario in quella che doveva essere stata la sala principale. Davanti a noi un muro: sembrava non esistere alcun percorso. Nessuna fenditura, a meno di non sapere dove cercarla. Ma lui sapeva, e assieme varcammo la soglia. Dietro, la scala. Gradini enormi. Vecchi. Alcuni avevano ceduto. Con le mani di Mohammed strette attorno ai fianchi, e le mie che cercavano appigli nel calcare ruvido, un balzo dopo l'altro raggiunsi la cima. Mi inginocchiai per affacciarmi al balcone che sovrastava il vuoto della grande sala. Il tetto era un ricordo dei secoli passati. Sentivo il tempio sotto di me. Davanti la strada romana. Mi strinsi più forte al parapetto e con esso a tutta la storia a cui era sopravvissuto quel paese, scolpita nella pietra e nelle mani forti dell'ultimo custode del Tempio. Dall'inizio dei
secoli, e fino all'estate del 2010.

Ho visto molte cose nel mio viaggio in Siria. Ho visto Damasco: la Grande Moschea, quartieri vecchi e nuovi, il piacevole miscuglio di persone diverse ma ben amalgamate a spasso per le strade. Ho visto Hama: le imponenti norie in continuo lento movimento e il placido fiume che ancora le unisce. Ho visto Aleppo: ho visto la cittadella e poi Aleppo dalla cittadella. Ho visto Palmira: le sue rovine accanto ai colori di una cena beduina. Ho visto ovunque il volo dei colombi ammaestrati; li ho visti alzarsi in volo tutti assieme in un moto solo all'apparenza casuale al comando di una bacchetta capace, mossa nel vento; li ho visti volare e, assieme, planare. Pacifici. Ho visto i cavalli, le mucche e le galline pascolare assieme tra le pietre sotto l'occhio vigile e meticoloso di un esperto pastore dai denti da latte.
Sulla strada che collega Damasco ad Aleppo, ho visto le Città Morte. Ho visto mura, case, strade e stanze. Le ho viste vuote, abbandonate all'improvviso secoli fa. Il motivo ed il momento esatto della fuga di un popolo ancora oggi resta oscuro: nessun telegiornale mostrò quelle disgrazie, allora. I telegiornali la mostrano oggi, la Siria in fuga, poco dopo quell'estate del 2010.
Questo ci permetterà di stabilire il "quando" delle Città Morte di domani. Resterà forse da capire il perché.

mercoledì 28 novembre 2012

(OT) Dialogo sui massimi sistemi elettorali


Votatemi.

Votarti?

Ho detto VOTATEMI!

E perché mai? Chi sei? Chi ti conosce?

Votatemi perché ve lo dico io.

Ma come osi? Non è certo questo che ti basterà per avere il nostro voto!

Non vi basta? Ah, all'improvviso non vi basta più? A guardarsi intorno non si direbbe. Ma d'accordo, sarò più precisa.
Votatemi perché non lo avete mai fatto prima.

Questa ha voglia di scherzare, andiamocene. 

Votatemi perché non sono in parlamento. Non ci sono mai stata. Giuro.
Nemmeno in gita col liceo (professori sessantottini: preferirono Amsterdam).

No, ancora non basta. Però continua.
D'accordo. Ragioniamo.
Chi è che ha portato l'Italia allo sfascio, alla devastazione, alla crisi, alla fame, alla miseria, all'accattonaggio, all'Inferno, allo scatafascio, alla "recessione"?

Oh Gesù, ha detto "recessione"!
Ma si può dire "recessione"?
Non saprei, però l'ha detto pure Monti una volta.
Ma no, guarda che aveva detto "ricezione": che era uscito dal tunnel ed era tornata la "ricezione".
Fuori dal tunnel.
Sempre a parlare di tunnel quello là.
Ma no, aveva proprio detto "recessione" l'ho visto al tiggì.
Ma quindi si può dire?
Sì, ma con sobrietà.
 ...
Ha detto "recessione".
Già.
È una che ragiona fuori dagli schemi.

Silenzio, non ho finito!
Chi è stato a rovinarci? Beh, non rispondete? Ma quelli che stanno in parlamento, è chiaro!
Ebbene. Come vi dicevo, io in parlamento non ci ho mai messo piede.
Ed è per questo che ora dovete votarmi: votatemi perché io non sono mai stata in parlamento.

...
...

Ora che ho ottenuto la vostra attenzione, continuiamo.
Chi è che ci ha ridotti così se non i politici? Tutti i politici, dal primo all'ultimo e poi ancora giù e giù fino a Rutelli.
Bene, oltre a non essere mai entrata in parlamento, io vi dico che non ho mai fatto politica.
Votatemi perché io non ho mai fatto politica ma soprattutto votatemi perché io non sono un politico.

È vero. I politici erano cattivi, e ci piace il fatto che tu non sia una di loro.
         Ma ora i politici non ci sono più.
Altri hanno preso il loro posto e sappiamo che l'hanno fatto per il nostro bene!
Come la mettiamo con questo?

Certo, i politici sono stati cacciati, ma io non solo non sono un politico. C'è dell'altro.

Dell'altro?
Cosa può esserci di meglio che non essere un politico?

C'è questo: io non so nulla di politica.
Ed è ciò che vi salverà dalla tragedia.

Ci salverà!
Ha detto che ci salverà!
Sì, salvaci!
Ma. Ma se non sai nulla come farai a salvarci?

Cercate di seguirmi.
A chi è stato affidato il nostro Bel Paese per uscire fuori dalla fossa che si era abilmente scavato con le sue stesse manine sporche e sudaticce?

A chi?
A chi? Diccelo!

È stato affidato ad una nuova, pericolosissima casta.
        
No!
Abbasso la casta!
Buuu!!
Ma un momento. Non era quella di prima la casta?

Spiegaci. Non capiamo.

Quella nuova è senza dubbio una casta ancora peggiore della precedente. La casta che ora comanda l'Italia è la casta dei "tecnici". E i tecnici ci hanno imposto nuove tasse e privazioni. I tecnici ci hanno trattato male. I tecnici ci hanno guardati dall'alto in basso mentre tutto ciò che noi volevamo sentirci dire è che era tutto a posto, che non c'era da preoccuparsi. Noi volevamo solo dormire altri cinque minuti. O perché no, altri cinque anni! Mi pare evidente che i tecnici non ci vogliono bene.

È vero. I tecnici sono cattivi!
Giusto! Io li odio i tecnici!
Io li ho sempre odiati!
Ci hai aperto gli occhi!

Amici! Amici, c'è di più.

Dicci, oh leader.
Dicci: cosa c'è di più?

Cos'è che accomuna tutti questi tecnici? Cosa, se non la loro competenza? La loro preziosissima competenza?
E c'è un motivo ben preciso per cui posso assicurarvi che io non ripeterò i mille errori di questi nostri attuali spocchiosi governanti.
Qui, oggi, davanti a voi, lo giuro: io sono totalmente incompetente.
Io non so nulla di politica, non ho competenze in alcun campo che possa risultare anche solo affine alla politica ed al governo di una nazione.
Votatemi perché non sono un tecnico.
Votatemi perché sono ignorante.

Evviva!


Votatemi perché io sono come voi.

mercoledì 21 novembre 2012

Sole d'autunno

Una giornata di sole in autunno è il piccolo regalo che arriva senza bisogno di una ricorrenza.

Una giornata di sole in autunno è la tua compagna che ti porta la colazione a letto la Domenica mattina.

Una giornata di sole in autunno è l'elogio di un collega per l'ottimo lavoro svolto.

Una giornata di sole in autunno è un vecchio amico ritrovato dopo tanto tempo.

Una giornata di sole in autunno è un abbraccio all'apparenza immotivato.

Una giornata di sole in autunno è il sorriso dei tuoi figli quando tornano da scuola.

Una giornata di sole in autunno è la mano tesa di uno sconosciuto.

Sono quasi certa che la giornata di sole in autunno stia per chiedermi dei soldi.

venerdì 19 ottobre 2012

Riscaldamento locale

(Extended version)

È Aprile inoltrato quando lui se ne va.

Mesi di lontananza, silenzio, assenza. Mesi in cui hai spesso pensato che non ne avresti avuto più bisogno. Giorni e giorni che si fanno via via più spensierati.
Giorni in cui piano piano ti convinci che in fondo fosse addirittura superfluo, che non ti sarebbe mai sfuggito un: "Mi manca".

Dopo che ti ha lasciata sei anche andata in vacanza: via, felice e leggera.
Mai in quelle settimane la tua mente si è posata su di lui, anzi! Tutto quel che vedevi e sentivi attorno a te non faceva altro che accrescere la sua benefica lontananza. Sapevi per certo che averlo lì al mare con te non avrebbe fatto altro che rovinare tutto: ti sarebbe stato sempre addosso. Con lui attorno, non ti saresti mai accorta di quanto fosse meravigliosa la sensazione della brezza leggera sulla pelle, o di quanto piacevole riuscisse ad essere il refrigerio delle lunghe serate di chiacchiere dopo le ore passate in spiaggia. Insomma: avrebbe letteralmente trasformato le tue giornate in un inferno. Non potevi che ringraziare il cielo che lui non ci fosse!

Al ritorno in ufficio poi, quando ancora era estate piena, alcuni capricci dei tecnici te l'hanno forse fatto desiderare un pochino, ma niente paura, era solo una ricaduta passeggera: bastava spalancare una finestra sul mondo esterno e tutto passava. 

Ma presto o tardi, ecco che succede. L'idillio si spezza. Arriva il momento in cui quel freddo dentro ti inchioda alla realtà a allora comincia la nostalgia.
Saranno le ore di luce che diminuiscono sempre di più, il crepuscolo che ti accoglie quando rientri a casa. Ma arriva il giorno in cui il semplice gesto di entrare e toglierti la giacca ti fa sospirare. È proprio in queste piccole incombenze quotidiane che ti ritrovi a pensare a lui. Quando è mattina e devi uscire dalle coperte, quando ti prepari per la doccia, quando stendi i panni. Insomma, i gesti più banali sono ormai caricati di patimento e sofferenza, le notti si fanno interminabili.

Ed è proprio lì che scopri che in realtà non ti ha abbandonata. Ti ha lasciato lo spazio che sapeva ti sarebbe servito e cercava il tempo giusto per ritrovarti e risollevarti. Bentornato, riscaldamento.

martedì 2 ottobre 2012

(OT) Post Blog

Purtroppo la premiazione della Blogfest risale a prima che scoprissi quanto fosse facile procurarsi da bere gratis, quindi non c'è modo di recuperarla nei meandri della memoria.

Ricordo però vagamente la mattina dopo.
Due ore scarse di sonno in macchina accanto ad un russatore professionista. Colazione così cara che nemmeno in Regione Lazio avrebbero creduto agli scontrini. Si va a sentire il monologo del "pezzo grosso".

Sprovveduti come siamo, arriviamo gravemente in anticipo sul ritardo prefissato: è ancora in corso la conferenza che precede l'evento. Esperti e dottori in perdita di tempo con dolo si confrontano sul futuro dei quotidiani online: far pagare tutto o far finta di dar notizie gratis e invece far pagare tutto? Segue dibattito.

Termina il blocco: "Ora c'è il monologo" penso io, più stordita che ingenua. No. Non ancora. Perché correre quando si sarebbe dovuto cominciare solo quarantacinque minuti prima?
Ecco il motivo del prolungarsi dell'attesa: pare che lì, proprio lì durante quell'emozionante dibattito, si fosse nel centro del centro della democrazia partecipata. E nel centro del centro della democrazia partecipata chiunque alzi la mano può intervenire a casaccio sul primo argomento che gli/le passa per la testa con una mancanza di selezione che se la sognano persino quelli della dirigenza del Pd.

Ciao, io ho un blog.
Il mio blog si chiama: "Faretto. Sì, faretto che illumina il cortile ma non adesso che è giorno. Più di notte in effetti. Ora non è che serva a tanto. Oh, dei gerani. Punto blogspot punto com".
Ecco, io sul mio blog ci pubblico le ricette perché ho visto che ora se sul blog ci pubblichi le ricette poi fai il botto e vai pure in tivvù. Le mie ricette poi sono molto molto speciali: sono ricette che a leggerle non sembra, ma se le fai allora ti rendi conto che fanno veramente schifo. Però in compenso per comprare gli ingredienti per la monoporzione devi vendere i tuoi due reni più quelli del fratellino piccolo ed uno di nonno se ha ancora il sangue buono, che a quel punto tanto valeva usare quelli per la ricetta. Ma non è questo il punto.
Il punto è che sul mio blog oltre alle ricette ci metto pure la politica. Sì, parlo delle cose della politica perché oggi se sul blog ci pubblichi le cose della politica poi fai il botto e vai pure in tivvù.
Sul mio blog però non ci metto le cose della politica quella grande, quella del Parlamento o del Senato o della Provincia. No, io ci metto la politica quella locale. Perché io sono molto attaccata al mio territorio (o anche perché oltre ai parenti il mio blog non lo legge mica nessuno, e quelli dal paese non si sono mai mossi. Ma questo non lo dico). Io parlo della politica piccola: l'assessore, il consigliere, il vicesindaco proprio massimo massimo ché quello è uno che se la tira e si crede chissà chi.
Ecco, io scrivo tutte queste cose sul mio blog e voi stronzi mai una volta che siate andati a leggerlo.
Grazie.


Ma sia chiaro, la trascrizione che qua e là potrebbe risultare non perfettamente accurata deriva unicamente da tutta la mia invidia per la ragazza che è salita sul palco e, accidenti a lei, mi ha soffiato la scherzo che mi ero appuntata dicendo lei esattamente le stesse cose*.


*Tranne il nome del blog: il suo doveva essere talmente accattivante che la mia mente ha preferito rigettarlo all'istante per non restarne intrappolata.